Lunedì 17 Novembre 2008 20:48
|
Ultimo aggiornamento (Domenica 23 Novembre 2008 15:12)
L’Università italiana ha urgente bisogno di riforme, di quelle vere. La legge 133 del 6 agosto 2008 ha provocato una rivolta generale e generalista, che ha visto una massiccia mobilitazione studentesca. Questa riforma ha destato un’opposizione trasversale; interrogandomi sul perché di tanto scalpore, ho passato al vaglio la portata pericolosamente innovatrice di questa legge.Il taglio consistente dei fondi pubblici e la trasformazione in fondazioni private sono stati i cavalli di battaglia dei manifestanti-conservatori che si sono schierati contro la legge organizzando parate e occupazioni. Mettiamo da parte il metodo della protesta che ha gravemente mancato di collegialità e di capacità propositiva trasformandosi in un blocco autoreferenziale e corporativo (l’ennesimo nel nostro Paese). Io ho provato a prendere parte a una delle “assemblee” dei collettivi che monopolizzano le manifestazioni di piazza e ho potuto testarne la gestione notoriamente oligarchica e illiberale; un altro capitolo è quello del metodo di lotta, l’occupazione delle aule pubbliche, illegale e intrinsecamente violenta, che però non desta lo stesso scandalo tra i miei coetanei. Andiamo alla vituperata riforma. Innanzitutto il “drammatico” taglio dei fondi pubblici, a ben vedere, ammonta a una media del 3% l’anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). La riduzione del fondo ordinario sarà quasi nulla nel 2009, mentre poi raggiungerà progressivamente la media del 3% nel corso di un quinquennio. Ancora una volta, però, si contestano i numeri senza centrare il problema cruciale, ovvero del “come” i soldi vengono gestiti. E su questo punto la riforma è gravemente insufficiente perché non abolisce il valore legale del titolo di studio, introdotto da un regio decreto nel 1933; lascia invariato il sistema per cui i finanziamenti pubblici vengono assegnati sulla base del numero degli studenti e non della qualità della ricerca; non introduce la peer review come metodo di valutazione imparziale delle pubblicazioni scientifiche; lascia intatto il sistema dei concorsi pubblici (altro peculiare italiano), che non è compatibile con un sistema basato sulle fondazioni private. L’articolo 16 della legge 133, infatti, offre agli atenei la possibilità di diventare fondazioni, aprendosi ai contributi e alle erogazioni liberali dei privati (esenti da tasse, imposte indirette e interamente deducibili dal reddito), attraverso una deliberazione a maggioranza assoluta del Senato accademico. Questo punto, che potrebbe portare il vero Cambiamento, delude di nuovo. Il testo di legge risulta generico e lacunoso sul sistema di compensazione tra fondi pubblici e privati. Stando all’articolo 9, il sistema di finanziamento pubblico resta fermo e tiene in considerazione, a fini perequativi, l’entità dei finanziamenti privati. Sembra di capire che chi meno riuscirà a reperire dal mercato, riceverà di più dallo Stato. Certo, un meccanismo siffatto inficia le condizioni di competitività e disincentiva comportamenti autonomi e “indipendenti”. Ancora una volta, quando si tratta di soldi pubblici, le regole diventano più morbide e “comprensive” in una logica assistenzialista a scapito della qualità e del merito.Oggi l’Università italiana ha urgente bisogno di un’iniezione di mercato e di competitività per introdurre un principio di economicità e di responsabilità nella gestione finanziaria di questi enti, che negli ultimi anni, oltre ad essere proliferati in numero, sono diventati delle strutture burocratiche elefantiache, spesso alla ribalta della cronaca per episodi di baronaggio e corruzione. Sulla qualità sappiamo tutti in che stato versa la maggior parte degli istituti pubblici, e le classifiche internazionali confermano questa evidenza empirica.Oggi il finanziamento privato, che è già maggioritario in sistemi universitari stranieri particolarmente avanzati, deve accompagnarsi a una riforma vera delle regole di comportamento e di gestione degli atenei. La mancanza di risorse è un falso mito perché in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna, sebbene la qualità dei nostri atenei sia nettamente inferiore. Ad esempio, è giusto che un professore venga retribuito solo in base alla sua anzianità di servizio? E’ forse questa una regola che incentiva la qualità e l’auto-miglioramento? Cominciamo a protestare per questo, e forse i professori resteranno nei loro uffici anziché scendere in piazza con noi. Oggi le università hanno bisogno di flessibilità, e questa riforma, seppure nelle sue “buone” intenzioni, non è poi così pericolosa …
Cara Annalisa, questa riflessione mi piace, la trovo ben centrata (anche se ovviamente, l'analisi di un fenomeno così complesso richiederebbe un testo ben più vasto, impossibile da proporre in un solo intervento).
Mi permetto di proporre però due eccezioni: una linguistica, e l'altra metodologica.
La prima: mi risulta sempre più difficile, dopo aver lungamente meditato sulla questione, chiamare "riforma" queste azioni del Governo. Nel comune e "spontaneo" possesso sociale di questo sostantivo vi vedo una forte influenza, pilotata dallo stesso ideatore dell'azione legislativa (notate come faccio salti mortali per evitare di chiamarla riforma? Non è casuale). In altri termini: loro fanno una "cosa" e la chiamano riforma, noi non siamo capaci di sganciarci dai protocolli linguistici che loro ci impongono, e chiamiamo questa "cosa" con il nome che loro le danno. La lingua influenza il pensie...
Un Cartello e il Cor...
ciao annalisa, complimenti per il tuo...
Un Cartello e il Cor...
Grazie, Alessandro, sentiamoci! in P...
Un Cartello e il Cor...
Ciao, complimenti per la tua attivit...
La prima Assemblea N...
Una volta mi sarei stupito a leggere&...
Difendere la democra...
La social card è una bufala. Peggio,...