Scuola e Università

la Giustizia Globale vista dall'Università

| Scritto da Annalisa

da Terra, 3 Ottobre 2009
di Annalisa Chirico

L'anniversario dei 140 anni dalla nascita di Mahatma Gandhi accompagnano un'altra giornata del Congresso online dell'Associazione Luca Coscioni. Gli iscritti continuano a confrontarsi sui temi e sulle modalità organizzative dell'Associazione, che dal 2002 si batte per la libertà della ricerca scientifica e per l'autodeterminazione.
Preside della facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli e allievo di John Rawls, Sebastiano Maffettone ha voluto manifestare la sua vicinanza all'associazione, parlando di un tema che gli sta particolarmente a cuore, la giustizia globale. Un tema che, secondo il filosofo, può essere indagato sotto due profili. Innanzitutto, la povertà è la grande questione sociale degli ultimi tempi. Da una parte del mondo la dieta diventa costume sociale per una persona su due; dall'altra parte, 20 milioni di persone muoiono ogni anno, un "genocidio sistematico più grande di quello degli ebrei di Hitler". Il secondo profilo riguarda la sostenibilità, ovvero "il rapporto tra il benessere delle ragioni presenti e quelle future". Il professore invoca la ricerca di un "equilibrio tra la nostra capacità di sfruttamento del pianeta e le risorse esistenti". Un'altra voce del mondo universitario è quella di Lorenzo Infantino, docente di Sociologia e ospite di entrambe le edizioni della Scuola Estiva Luca Coscioni. Infantino si rivolge ai giovani, al motore del domani. "In un Paese in cui tutto ristagna, noi abbiamo sommamente bisogno della loro incontaminata creatività, della loro capacità di invenzione, del loro senso della responsabilità". Una raccomandazione bibliografica: l'"Epistola sulla tolleranza" di John Locke, che "farebbe bene a molti operatori della politica". Gli Studenti Coscioni accolgono l'invito. E vanno avanti.
 

Giovanni Bignami, Brunetta forse ci chiamerebbe "fannulloni"...

| Scritto da Annalisa

da Terra, 2 Ottobre 2009
i Annalisa Chirico

Dallo spazio congressuale a quello astronomico. Il congresso è quello dell'Associazione Luca Coscioni; a compiere il salto nello Spazio è Giovanni Bignami. Ricercatore e scienziato di fama internazionale nel campo dell'astrofisica, uno dei pochi rimasti in Italia. Docente di astronomia a Pavia, Bignami è stato Presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana. "Più ricerca in Italia, più futuro in Europa" era lo slogan della sua campagna elettorale alle scorse europee tra i candidati del Partito Democratico.
Il professore parla di Ricerca e Università. E lo fa senza mezze parole. Da sempre fanalino di coda nel panorama internazionale, oggi, secondo Bignami, le cose in Italia vanno anche peggio. La ricerca di base subisce una stretta finanziaria senza precedenti. "Non è solo un problema di normativa, ma di una mancanza cronica di risorse". La ricerca fondamentale è considerata dal governo un'attività di serie B, "spinta dalla curiosità" di qualche ricercatore, che forse "Brunetta chiamerebbe fannullone o farabutto", afferma Bignami ridendo sotto i baffi. Il governo non riesce a comprendere l'importanza della ricerca fondamentale: "Bisogna accrescere la conoscenza per costruire poi le tecnologie che permettono di migliorare la qualità della nostra vita". Lo studio dello spazio ha implicazioni utilissime nel campo della ricerca biomedica. Ad esempio, spiega Bignami, lo studio dei comportamenti dell'organismo umano in assenza di peso, come in orbita, è una miniera portentosa di informazioni sui processi di invecchiamento e sulla fisiologia di numerose patologie, come l'osteoporosi. E dal caso scientifico si passa al caso "umano". Il professore diventa un uomo, con una sorella affetta dal morbo di Parkinson. "Spezza il cuore vedere una persona intellettuale, profonda, studiosa di letteratura inglese, che pian piano perde la capacità di coordinarsi nei movimenti". Un motivo in più per lottare con l'Associazione L. Coscioni.

Mercato e valutazione, i tabù dell'Università

| Scritto da Annalisa

da Terra, 26 settembre '09

l Congresso online dell'Associazione Luca Coscioni mantiene i riflettori puntati sul mondo della Ricerca e dell'Università; il microfono virtuale passa a Piergiorgio Strata, copresidente dell'associazione e professore di neurofisiologia.
In qualità di direttore dello European Brain Research Institute Strata ha vissuto recentemente sulla propria pelle gli effetti di un curioso prodotto della fervida burocrazia italiana dal nome oscuro ai più. Si tratta della "perenzione amministrativa", un meccanismo giuridico in base al quale, allo scadere dei tre anni dallo stanziamento, i fondi pubblici inutilizzati rientrano automaticamente nelle casse del Tesoro. Il limite temporale portato da sette a tre anni dall'allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha messo a terra la ricerca di base italiana.
Come per la sanità il problema principale non riguarda l'entità dei finanziamenti, ma il modo in cui vengono impiegati i soldi dei contribuenti. A ben vedere, l'Italia non investe molto meno di altri Paesi, ma il divario dei risultati è abissale. Il criterio guida della riforma, secondo Strata, dovrebbe essere la "valutazione": valutazione nel reclutamento dei ricercatori, nella scelta dei progetti da finanziare e delle strutture. Del resto, la Commissione Europea ha individuato nella frammentazione delle strutture la causa della debole capacità di attrazione delle università italiane.
Per responsabilizzare le università, è necessaria un'iniezione di mercato perché "libertà di ricerca è anche libertà di competere". L'abolizione dei concorsi pubblici, la ripartizione meritocratica del fondo ordinario, l'eliminazione degli sprechi burocratici a partire dalle facoltà, centro delle manovre spartitorie. Strata ha le idee chiare. Speriamo che qualcuno lo ascolti.

Adnkronos: Studenti Coscioni contro la perenzione!

| Scritto da Annalisa

Basta con il 'ritiro' dei fondi per la ricerca non utilizzati. L'associazione Studenti Luca Coscioni si mobilita contro l'abolizione della 'perenzione amministrativa' sui progetti di ricerca scientifica, ovvero di quell'istituto giuridico in base al quale, allo scadere dei tre anni dal finanziamento, i fondi inutilizzati tornano nella casse del Tesoro. Contro questo sistema gli studenti dell'associazione organizzano per mercoledì 15 luglio a Roma, alle ore 17.30, un sit-in nei pressi di Palazzo Chigi, nell'area pedonale della Galleria Alberto Sordi.

La perenzione amministrativa e' "un tabu' bipartisan - dice Annalisa Chirico, segretaria degli Studenti Coscioni - che ha sottratto nel giro di due anni 240 milioni di euro alla ricerca di base in Italia, una ricerca che, oltre a essere ingabbiata da leggi di stampo proibizionista e confessionale, adesso subisce una stretta finanziaria senza precedenti". Agli Studenti Coscioni si uniranno i Giovani democratici, ricercatori e liberi cittadini.

"Perche' l'Italia e' fanalino di coda negli investimenti in R&D?
Perche' la comunita' scientifica e' insorta dopo che la legge finanziaria 2008 ha ridotto i tempi della perenzione da 7 a 3 anni?
Perche' nessuno ne parla?". A partire da queste domande discuteranno nel corso della manifestazione Marco Cappato, segretario dell'associazione Luca Coscioni; Piergiorgio Strata, docente di Neurofisiologia a Torino, e il senatore Antonio Paravia (Pdl), che ha parlato di vero e proprio "falso nel bilancio pubblico" in riferimento alla perenzione di 3 anni.

La vituperata riforma e le sue “buone” intenzioni

| Scritto da Annalisa

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L’Università italiana ha urgente bisogno di riforme, di quelle vere. La legge 133 del 6 agosto 2008 ha provocato una rivolta generale e generalista, che ha visto una massiccia mobilitazione studentesca. Questa riforma ha destato un’opposizione trasversale; interrogandomi sul perché di tanto scalpore, ho passato al vaglio la portata pericolosamente innovatrice di questa legge. Il taglio consistente dei fondi pubblici e la trasformazione in fondazioni private sono stati i cavalli di battaglia dei manifestanti-conservatori che si sono schierati contro la legge organizzando parate e occupazioni. Mettiamo da parte il metodo della protesta che ha gravemente mancato di collegialità e di capacità propositiva trasformandosi in un blocco autoreferenziale e corporativo (l’ennesimo nel nostro Paese). Io ho provato a prendere parte a una delle “assemblee” dei collettivi che monopolizzano le manifestazioni di piazza e ho potuto testarne la gestione notoriamente oligarchica e illiberale; un altro capitolo è quello del metodo di lotta, l’occupazione delle aule pubbliche, illegale e intrinsecamente violenta, che però non desta lo stesso scandalo tra i miei coetanei. Andiamo alla vituperata riforma. Innanzitutto il “drammatico” taglio dei fondi pubblici, a ben vedere, ammonta a una media del 3% l’anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). La riduzione del fondo ordinario sarà quasi nulla nel 2009, mentre poi raggiungerà progressivamente la media del 3% nel corso di un quinquennio. Ancora una volta, però, si contestano i numeri senza centrare il problema cruciale, ovvero del “come” i soldi vengono gestiti. E su questo punto la riforma è gravemente insufficiente perché non abolisce il valore legale del titolo di studio, introdotto da un regio decreto nel 1933; lascia invariato il sistema per cui i finanziamenti pubblici vengono assegnati sulla base del numero degli studenti e non della qualità della ricerca; non introduce la peer review come metodo di valutazione imparziale delle pubblicazioni scientifiche; lascia intatto il sistema dei concorsi pubblici (altro peculiare italiano), che non è compatibile con un sistema basato sulle fondazioni private. L’articolo 16 della legge 133, infatti, offre agli atenei la possibilità di diventare fondazioni, aprendosi ai contributi e alle erogazioni liberali dei privati (esenti da tasse, imposte indirette e interamente deducibili dal reddito), attraverso una deliberazione a maggioranza assoluta del Senato accademico. Questo punto, che potrebbe portare il vero Cambiamento, delude di nuovo. Il testo di legge risulta generico e lacunoso sul sistema di compensazione tra fondi pubblici e privati. Stando all’articolo 9, il sistema di finanziamento pubblico resta fermo e tiene in considerazione, a fini perequativi, l’entità dei finanziamenti privati. Sembra di capire che chi meno riuscirà a reperire dal mercato, riceverà di più dallo Stato. Certo, un meccanismo siffatto inficia le condizioni di competitività e disincentiva comportamenti autonomi e “indipendenti”. Ancora una volta, quando si tratta di soldi pubblici, le regole diventano più morbide e “comprensive” in una logica assistenzialista a scapito della qualità e del merito. Oggi l’Università italiana ha urgente bisogno di un’iniezione di mercato e di competitività per introdurre un principio di economicità e di responsabilità nella gestione finanziaria di questi enti, che negli ultimi anni, oltre ad essere proliferati in numero, sono diventati delle strutture burocratiche elefantiache, spesso alla ribalta della cronaca per episodi di baronaggio e corruzione. Sulla qualità sappiamo tutti in che stato versa la maggior parte degli istituti pubblici, e le classifiche internazionali confermano questa evidenza empirica. Oggi il finanziamento privato, che è già maggioritario in sistemi universitari stranieri particolarmente avanzati, deve accompagnarsi a una riforma vera delle regole di comportamento e di gestione degli atenei. La mancanza di risorse è un falso mito perché in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna, sebbene la qualità dei nostri atenei sia nettamente inferiore. Ad esempio, è giusto che un professore venga retribuito solo in base alla sua anzianità di servizio? E’ forse questa una regola che incentiva la qualità e l’auto-miglioramento? Cominciamo a protestare per questo, e forse i professori resteranno nei loro uffici anziché scendere in piazza con noi. Oggi le università hanno bisogno di flessibilità, e questa riforma, seppure nelle sue “buone” intenzioni, non è poi così pericolosa …

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