Economia e Lavoro
Apriamo gli Ordini professionali con la disobbienza civile!
Per Aprire le Professioni!
Il mio intervento nel corso della presentazione del ddl depositato alla Camera, insieme agli amici di Libertiamo e di Coalizione Generazionale, è al min. 01:48:00.
Non si esce dalla crisi a colpi di keynesismo
Gli attuali guai economici non derivano dal capitalismo in sé, ma dal capitalismo viziato dalla politica. Una crisi finanziaria, rapidamente trasformatasi in crisi economica a livello globale, non è caduta dal cielo.
La manipolazione esogena dei tassi di interesse, unita a un regime regolamentare inefficace e carente, hanno prodotto la consueta sequela “boom/crash”. Tassi di interesse spropositatamente bassi per un lasso di tempo spropositatamente lungo (questa è stata la politica della dileggiata Federal Reserve, in particolare tra il 2003-05) hanno ingenerato un’”inflazione del credito”, una corsa all’indebitamento senza garanzie adeguate. Un mercato, dunque, viziato e pompato dalla politica. In un’analogia impressionante con quanto accadde alla vigilia della Grande Depressione.
E, allora, possiamo per questo invocare un fantomatico “superamento del capitalismo”? Certo che no. Per chiarezza e franchezza, l’alternativa al libero mercato è un’economia come quella cubana o nordcoreana. In altre parole, in gioco è la nostra libertà.
Oggi le politiche monetarie sono – almeno formalmente – indipendenti dai governi nazionali. Spettano alle banche centrali. E allora lo stato come può aumentare la spesa pubblica? La leva fiscale è il solo strumento operativo. Due sono le strade, entrambe fallimentari:
- Aumento la spesa e contemporaneamente le tasse (per finanziare la spesa): ne segue l’effetto depressivo sulla propensione al consumo (il reddito disponibile, al netto delle tasse, è inferiore e dunque le persone tendono a consumare meno);
- Aumento la spesa senza aumentare le tasse (il cosiddetto deficit spending): ne segue, soprattutto per Paesi con finanze pubbliche più o meno squilibrate, un aumento del debito pubblico con conseguente aumento dei tassi di interesse che disincentiva gli investimenti privati.
Potrei condire i suddetti principi di formule, ma credo che uno dei limiti attuali della scienza macroeconomica sia esattamente l’inflazione delle formule che a volte rendono oscuri ragionamenti puramente intuitivi.
Oggi l’Unione Europa richiede rigore finanziario. Esiste un Patto di Stabilità che impone anche a un Paese “malandrino” come l’Italia dei vincoli di finanza pubblica (per inciso, il nostro debito non piove dal cielo, ma proviene dalle politiche keynesiane dei nostri predecessori). Eppure i nostri politici hanno orecchie sorde agli insegnamenti della storia. E ripropongono le solite ricette keynesiane, iniezioni massicce di denaro pubblico a spese della collettività. A nostre spese.
Imprese e banche amano farsi “salvare” coi soldi dei taxpayers, lo sappiamo; tuttavia i governi dovrebbero desistere da questi interventi. La crisi non è la prima di cui abbiamo esperienza, e non sarà l’ultima. Non esistono mercati perfetti, la realtà è intrinsecamente imperfetta. Implementare queste politiche oggi avrà effetti devastanti sulle prospettive di sviluppo di domani. E poi, come diceva F. Giavazzi qualche tempo fa sulle pagine del Corriere, senza la tanto vituperata deregulation Google non avrebbe per sempre cambiato il mondo.
Oggi è nostro dovere fare della crisi un’opportunità. Un’opportunità per quelle riforme strutturali di cui il Paese ha urgente bisogno. Per mettere mano a progetti ambiziosi, per fare dell’Italia un Paese moderno e un po’ meno “mediterraneo”, meglio attrezzato per le sfide della competitività mondiale.
Esattamente quello che questo governo non sta facendo. Esattamente quello che questa opposizione non sta proponendo. Le piazze e gli scioperi contro la pioggia non serviranno né a noi né al Paese.
Pietro Ichino, una battaglia per la libertà di pensiero
Di tutto questo Pietro Ichino sente la mancanza, ma, nonostante questo, va avanti nella sua battaglia politica e culturale, convinto che la libertà di pensiero in una società libera non possa essere negoziata o limitata a causa dellle "intimidazioni permanenti" perpetrate da terroristi.
Perchè in Italia "chi tocca lo Statuto muore", e il professore, bersaglio dei terroristi, lo sa bene.
Perchè in Italia il tema del lavoro può costare ancora la vita a dei pensatori liberi, giuslavoristi e politici, che sfidano i tabu del passato e propongono una visione riformista, già ampiamente assorbita in altri Paesi Europei.
Cogliamo l'occasione per rivolgere un pensiero a Ezio Tarantelli, Massimo D'Antona, Marco Biagi e a quanti hanno subito la pena di morte per le idee liberamente professate.
Diciamo al professore di andare avanti.
Noi gli siamo vicini.
Lavoro, flessibilità e sindacati: il cambiamento che serve
“Riformare il mercato del lavoro è di sinistra”, così sostengono Alesina e Giavazzi nel pamphlet pubblicato nel 2007. E le loro argomentazioni sono convincenti. La riforma del mercato del lavoro serve a rendere operativa la “distruzione creativa” delle imprese, ad aumentare l’efficienza del sistema e a difendere i lavoratori, non i posti di lavoro. “Questo non solo aumenta l’efficienza, ma riduce i privilegi dei lavoratori anziani a vantaggio dei giovani, quelli delle imprese già sul mercato e protette a vantaggio di potenziali nuovi entranti, premia la meritocrazia e non le rendite di posizione, insomma questo è di sinistra”.
L’Index of economic freedom , elaborato dall’Heritage Foundation di Washington e dal Wall Street Journal (con la collaborazione di alcuni partner europei, tra cui, per l’Italia, L’Istituto Bruno Leoni) classifica l’Italia al 64° posto mondiale. La libertà economica italiana continua a rimanere stabile: il punteggio è 62,5%, essenzialmente lo stesso del 2007 (63,4%). I parametri più deboli sono quelli relativi alla libertà fiscale, ai diritti di proprietà, alla libertà dallo Stato (intesa come government size) e dalla corruzione. La libertà del lavoro si attesta al 73,5%; in particolare, vengono messi in rilievo gli elevati costi di licenziamento, le rigide regolamentazioni dell’orario di lavoro e la scarsa flessibilità dell’occupazione.
Il mercato del lavoro italiano è un classico esempio di mercato duale con un indice di protezione dell’occupazione tra i più alti in Europa. Ciò costituisce l’ humus fecondo di una secca contrapposizione tra gli insider, lavoratori tutelati con contratti di lavoro a tempo indeterminato, e gli outsider, lavoratori disoccupati o con contratti a termine. In Italia questo fenomeno non riguarda soltanto l’ambito del lavoro dipendente, ma anche quello autonomo. Attraverso la costituzione degli ordini professionali, ad esempio, è possibile determinare forme di autotutela corporativa. L’imposizione di tariffe stabilite unita a regole di restrizione degli accessi rappresenta un meccanismo attraverso il quale gli insider riescono a proteggersi dalla concorrenza degli outsider.
Il “triangolo d’oro” della flexicurity è quello che serve: un meccanismo dinamico ed efficiente in grado di supportare la crescita della produttività e un buon livello di welfare. I tre pilastri fondamentali sono l’elevata flessibilità sia nella disponibilità al cambiamento da parte della forza lavoro sia nel turnover dei posti di lavoro; previdenza sociale e assicurazione contro la disoccupazione; politiche attive del mercato del lavoro tese a favorire la formazione professionale e la reintegrazione in un posto di lavoro.
Nel contempo è necessario abbandonare alcuni schemi del passato: oggi non sono solo gli imprenditori a volere più flessibilità, ma anche i lavoratori (le donne ad esempio richiedono il part-time). Oggi non è solo l’imprenditore a poter scegliere, ma anche il lavoratore gode di un potere contrattuale accresciuto nella scelta dell’imprenditore al quale vendere la propria forza lavoro. E’ per questo che anche il ruolo del sindacato non può passare indenne al cambiamento. Il nostro modello tradizionale è quello di un sindacato che privilegia la sicurezza e l’uniformità del trattamento dei lavoratori sul piano nazionale; un sindacato che mira essenzialmente a garantire dei “diritti”, rispetto ai quali la performance individuale è irrilevante. Il modello opposto è quello del sindacato che noi vogliamo, il sindacato che attribuisce maggiore spazio alla remunerazione dell’impegno individuale e alla “scommessa comune” tra lavoratori e imprenditore sull’innovazione (anche a costo di minori sicurezze).
"IO NON VOGLIO IL POSTO FISSO, VOGLIO SOLO GUADAGNARE" è uno slogan, che forse diventerà molto altro.
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