Economia e Lavoro

Apriamo gli Ordini professionali con la disobbienza civile!

| Scritto da Annalisa

E' stato depositato alla Camera dei Deputati il ddl per la liberalizzazione degli Ordini professionali. Il primo ddl che nasce su Facebook dal gruppo "Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare". All'iniziativa, promossa da Libertiamo, hanno aderito gli Studenti Luca Coscioni. "Aprire gli ordini professionali è una priorità indifferibile" dice Annalisa Chirico, segretaria degli Studenti Luca Coscioni "Il ddl Mugnai è la "controriforma" delle professioni. Un ddl dettato dal Consiglio Nazionale Forense. Il nostro ddl, nato sul web, introduce alcuni cambiamenti importanti, soprattutto per i giovani: il praticantato può iniziare già durante gli anni di università per anticipare l'ingresso nel mondo del lavoro; viene abolito l'esame di abilitazione per diventare avvocati o commercialisti".                                                                                                                                                          La Chirico riporta il caso di un avvocato specializzato in Antitrust, che confessa di aver svolto un praticantato "più o meno fittizio" essendosi recato all'estero per imparare il tedesco. E oggi che è un professionista affermato, ai corsi di formazione obbligatori forniti dall'Ordine ha preferito attività alternative all'estero. L'avvocato si è autodenunciato: "Mi sono rivolto al Presidente dell'Ordine - dice d'Andria - affinché i crediti richiesti mi vengano ugualmente accreditati sulla base delle attività che ho scelto in autonomia.  Rivolgo un appello a tutti quei giovani avvocati, che vogliono contrastare il sistema che di fatto si è imposto. La "controriforma" è già in atto. Scegliamoci da soli le attività che riteniamo più professionalizzanti in base ai nostri interessi e alla nostra personalità. Solo così il sistema può cambiare da dentro".                                                                                                      "Se gli Ordini fossero associazioni private, senza obbligo di iscrizione nè vincoli di esclusiva, si innescherebbe una logica di concorrenza a vantaggio dei giovani e dei consumatori. Un Ordine, che difende pervicacemente le tariffe minime obbligatorie, difende gli interessi specifici degli insider, di quegli avvocati che fanno consulenza a enti pubblici e a grandi imprese. Il caso di questo avvocato deve essere d'esempio per tanti che non si sentono rappresentati dagli Ordini - dice Annalisa Chirico -  Disobbediamo alle regole che riteniamo ingiuste! Il cambiamento deve venire anche dall'interno".
 

Per Aprire le Professioni!

| Scritto da Annalisa


Il mio intervento nel corso della presentazione del ddl depositato alla Camera, insieme agli amici di Libertiamo e di Coalizione Generazionale, è al min. 01:48:00.

Non si esce dalla crisi a colpi di keynesismo

| Scritto da Annalisa

Dopo la discesa in piazza del PD al fianco del più vecchio (per età degli iscritti) e conservatore dei sindacati italiani sento il bisogno di dedicare qualche riflessione all'attuale crisi economica. Come dire, la flexsecurity pare sempre più largamente condivisa, ma viene opportunamente messa da parte quando a chiamare in piazza è il Sindacato dei pensionati.

 

Gli attuali guai economici non derivano dal capitalismo in sé, ma dal capitalismo viziato dalla politica. Una crisi finanziaria, rapidamente trasformatasi in crisi economica a livello globale, non è caduta dal cielo.

La manipolazione esogena dei tassi di interesse, unita a un regime regolamentare inefficace e carente, hanno prodotto la consueta sequela “boom/crash”. Tassi di interesse spropositatamente bassi per un lasso di tempo spropositatamente lungo (questa è stata la politica della dileggiata Federal Reserve, in particolare tra il 2003-05) hanno ingenerato un’”inflazione del credito”, una corsa all’indebitamento senza garanzie adeguate. Un mercato, dunque, viziato e pompato dalla politica. In un’analogia impressionante con quanto accadde alla vigilia della Grande Depressione.

E, allora, possiamo per questo invocare un fantomatico “superamento del capitalismo”? Certo che no. Per chiarezza e franchezza, l’alternativa al libero mercato è un’economia come quella cubana o nordcoreana. In altre parole, in gioco è la nostra libertà. Protezionismo e nazionalismo sono un’antica ricetta votata al fallimento. Sussidi a imprese in difficoltà impediscono il processo schumpeteriano di “distruzione creatrice”, impediscono che l’offerta si indirizzi verso nuovi settori emergenti. Si sussidia il vecchio penalizzando il nuovo. E il nuovo comprende anche noi giovani. Le politiche di stimolo alla domanda si basano su un aumento della spesa pubblica. Provo a spiegarlo nella maniera più semplice. Se voglio aumentare la spesa pubblica, un tempo potevo stampare più moneta. Ma che cosa produce un aumento della base monetaria (i.e. della quantità di moneta)? Produce un aumento dell’inflazione, cosa che nessuno desidera; persino i sindacati col tempo han capito che l’inflazione, come diceva Einaudi, è la “più iniqua delle tasse”: polverizza il potere d’acquisto, i salari fissati oggi domani non bastano più .

Oggi le politiche monetarie sono – almeno formalmente – indipendenti dai governi nazionali. Spettano alle banche centrali. E allora lo stato come può aumentare la spesa pubblica? La leva fiscale è il solo strumento operativo. Due sono le strade, entrambe fallimentari:

- Aumento la spesa e contemporaneamente le tasse (per finanziare la spesa): ne segue l’effetto depressivo sulla propensione al consumo (il reddito disponibile, al netto delle tasse, è inferiore e dunque le persone tendono a consumare meno);

- Aumento la spesa senza aumentare le tasse (il cosiddetto deficit spending): ne segue, soprattutto per Paesi con finanze pubbliche più o meno squilibrate, un aumento del debito pubblico con conseguente aumento dei tassi di interesse che disincentiva gli investimenti privati.

Potrei condire i suddetti principi di formule, ma credo che uno dei limiti attuali della scienza macroeconomica sia esattamente l’inflazione delle formule che a volte rendono oscuri ragionamenti puramente intuitivi.

Oggi l’Unione Europa richiede rigore finanziario. Esiste un Patto di Stabilità che impone anche a un Paese “malandrino” come l’Italia dei vincoli di finanza pubblica (per inciso, il nostro debito non piove dal cielo, ma proviene dalle politiche keynesiane dei nostri predecessori). Eppure i nostri politici hanno orecchie sorde agli insegnamenti della storia. E ripropongono le solite ricette keynesiane, iniezioni massicce di denaro pubblico a spese della collettività. A nostre spese.

Imprese e banche amano farsi “salvare” coi soldi dei taxpayers, lo sappiamo; tuttavia i governi dovrebbero desistere da questi interventi. La crisi non è la prima di cui abbiamo esperienza, e non sarà l’ultima. Non esistono mercati perfetti, la realtà è intrinsecamente imperfetta. Implementare queste politiche oggi avrà effetti devastanti sulle prospettive di sviluppo di domani. E poi, come diceva F. Giavazzi qualche tempo fa sulle pagine del Corriere, senza la tanto vituperata deregulation Google non avrebbe per sempre cambiato il mondo.

Oggi è nostro dovere fare della crisi un’opportunità. Un’opportunità per quelle riforme strutturali di cui il Paese ha urgente bisogno. Per mettere mano a progetti ambiziosi, per fare dell’Italia un Paese moderno e un po’ meno “mediterraneo”, meglio attrezzato per le sfide della competitività mondiale.

Esattamente quello che questo governo non sta facendo. Esattamente quello che questa opposizione non sta proponendo. Le piazze e gli scioperi contro la pioggia non serviranno né a noi né al Paese.

Pietro Ichino, una battaglia per la libertà di pensiero

| Scritto da Annalisa

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Vi propongo il testo del gruppo che ho creato su facebook per esprimere solidarietà verso il professore e senatore Pietro Ichino, che durante la sua deposizione nel processo di Milano contro le presunte Nuove BR, ha subito un violento attacco verbale da alcuni imputati (per maggiori info, http://www.corriere.it/cronache/09_gennaio_23/processo_br_ichino_contestato_dai_terroristi_f235b694-e932-11dd-8250-00144f02aabc.shtml).

La libertà di passeggiare in bicicletta per le strade di Milano, di uscire all'ultimo momento e di non pianificare il proprio tempo libero.

Di tutto questo Pietro Ichino sente la mancanza, ma, nonostante questo, va avanti nella sua battaglia politica e culturale, convinto che la libertà di pensiero in una società libera non possa essere negoziata o limitata a causa dellle "intimidazioni permanenti" perpetrate da terroristi.

Perchè in Italia "chi tocca lo Statuto muore", e il professore, bersaglio dei terroristi, lo sa bene.
Perchè in Italia il tema del lavoro può costare ancora la vita a dei pensatori liberi, giuslavoristi e politici, che sfidano i tabu del passato e propongono una visione riformista, già ampiamente assorbita in altri Paesi Europei.

Cogliamo l'occasione per rivolgere un pensiero a Ezio Tarantelli, Massimo D'Antona, Marco Biagi e a quanti hanno subito la pena di morte per le idee liberamente professate.

Diciamo al professore di andare avanti.
Noi gli siamo vicini.

Se vuoi unirti al nostro appello, iscriviti a http://www.facebook.com/home.php#/group.php?gid=60966369545&ref=ts.

Lavoro, flessibilità e sindacati: il cambiamento che serve

| Scritto da Administrator

“Riformare il mercato del lavoro è di sinistra”, così sostengono Alesina e Giavazzi nel pamphlet pubblicato nel 2007. E le loro argomentazioni sono convincenti.  La riforma del mercato del lavoro serve a rendere operativa la “distruzione creativa” delle imprese, ad aumentare l’efficienza del sistema e a difendere i lavoratori, non i posti di lavoro. “Questo non solo aumenta l’efficienza, ma riduce i privilegi dei lavoratori anziani a vantaggio dei giovani, quelli delle imprese già  sul mercato e protette a vantaggio di potenziali nuovi entranti, premia la meritocrazia e non le rendite di posizione, insomma questo è di sinistra”.

L’Index of economic freedom , elaborato dall’Heritage Foundation di Washington e dal Wall Street Journal (con la collaborazione di alcuni partner europei, tra cui, per l’Italia, L’Istituto Bruno Leoni) classifica l’Italia al 64° posto mondiale.  La libertà economica italiana continua a rimanere stabile: il punteggio è 62,5%, essenzialmente lo stesso del 2007 (63,4%). I parametri più deboli sono quelli relativi alla libertà fiscale, ai diritti di proprietà, alla libertà dallo Stato (intesa come government size) e dalla corruzione. La libertà del lavoro si attesta al 73,5%; in particolare, vengono messi in rilievo gli elevati costi di licenziamento, le rigide regolamentazioni dell’orario di lavoro e la scarsa flessibilità dell’occupazione.

Il mercato del lavoro italiano è un classico esempio di mercato duale con un indice di protezione dell’occupazione tra i più alti in Europa. Ciò costituisce l’ humus fecondo di una secca contrapposizione tra gli insider, lavoratori tutelati con contratti di lavoro a tempo indeterminato, e gli outsider, lavoratori disoccupati o con contratti a termine. In Italia questo fenomeno non riguarda soltanto l’ambito del lavoro dipendente, ma anche quello autonomo. Attraverso la costituzione degli ordini professionali, ad esempio, è possibile determinare forme di autotutela corporativa. L’imposizione di tariffe stabilite unita a regole di restrizione degli accessi rappresenta un meccanismo attraverso il quale gli insider riescono a proteggersi dalla concorrenza degli outsider.

Il “triangolo d’oro”  della flexicurity è quello che serve: un meccanismo dinamico ed efficiente in grado di supportare la crescita della produttività e un buon livello di welfare. I tre pilastri fondamentali sono l’elevata flessibilità sia nella disponibilità al cambiamento da parte della forza lavoro sia nel turnover dei posti di lavoro; previdenza sociale e assicurazione contro la disoccupazione; politiche attive del mercato del lavoro tese a favorire la formazione professionale e la reintegrazione in un posto di lavoro.

Nel contempo è necessario abbandonare alcuni schemi del passato: oggi non sono solo gli imprenditori a volere più flessibilità, ma anche i lavoratori (le donne ad esempio richiedono il part-time). Oggi non è solo l’imprenditore a poter scegliere, ma anche il lavoratore gode di un potere contrattuale accresciuto nella scelta dell’imprenditore al quale vendere la propria forza lavoro. E’ per questo che anche il ruolo del sindacato non può passare indenne al cambiamento. Il nostro modello tradizionale è quello di un sindacato che privilegia la sicurezza e l’uniformità del trattamento dei lavoratori sul piano nazionale; un sindacato che mira essenzialmente a garantire dei “diritti”, rispetto ai quali la performance individuale è irrilevante. Il modello opposto è quello del sindacato che noi vogliamo, il sindacato che attribuisce maggiore spazio alla remunerazione dell’impegno individuale e alla “scommessa comune” tra lavoratori e imprenditore sull’innovazione (anche a costo di minori sicurezze).

"IO NON VOGLIO IL POSTO FISSO, VOGLIO SOLO GUADAGNARE" è uno slogan, che forse diventerà molto altro.

Se vuoi saperne di più, contattami o visita il gruppo facebook, che ha già riunito più di 2.400 persone.

 

 


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